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Carlo Bonazza DRIFTWOOD

Esiste solo l’infanzia.
Il resto è usurpazione che lentamente ci divora.
Siamo villaggi assediati dalle sabbie, erosi da mareggiate implacabili, invisibili, inudibili, spietate nella loro monotonia.
Se qualcosa si salva è perché continua ad accadere, fermo, invincibile, indifferente a tutto:
è lo stupore dell’infanzia.

Piergiorgio Zotti da Sciangai 1999, Photoedizioni, 2006

Il luogo è la spiaggia che va da Principina a Mare verso la foce del fiume Ombrone, al confine con il Parco Naturale della Maremma.
La spiaggia è cosparsa a perdita d’occhio di legni e tronchi di ogni specie portati dal fiume e sbiancati dal mare che si accumulano ovunque sulla riva. In questo lungo cimitero di elefanti, proprio da quei legni sono nate rudimentali capanne. Sono fragili e primitive, fatte solo di tronchi accatastati insieme a formare precari rifugi. Le hanno costruite i frequentatori della spiaggia: pescatori che si fermano la notte, bagnanti, campeggiatori, o chissà quali passanti sconosciuti. Sono diventate tante, spuntate una vicina all’altra a formare spontanei agglomerati, quasi un preistorico villaggio che segna con forza la linea di costa e trasforma il paesaggio a solo qualche chilometro dalle ultime strutture turistiche.
In molti le hanno tirate su: scalzi, in mutande, a mani nude, hanno costruito senza attrezzi, usando solo i legni del mare incastrati con mestiere e fantasia. Hanno fatto la porta, il tetto e a volte hanno anche messo una bandiera in cima. Non hanno resistito al desiderio di marcare uno
spazio e renderlo riconoscibile, di appropriarsene per essere accolti e protetti: dal sole, dalla notte, dal vento, per dormire, per fare l’amore. In fondo questo è il senso primo del desiderio di casa, di abitare un luogo: adattarlo a sé e riconoscerlo proprio.
Mi lasciavo trasportare dall’utopia più sfrenata: quello era un villaggio primitivo sull’oceano, costruito dai naufraghi dopo la catastrofe, il grado zero dell’architettura l’archetipo stesso del costruire. Lo stesso di tutti gli accampamenti di tende degli indiani d’America, dei villaggi dei pescatori della Terra del Fuoco fatti con le ossa delle balene, delle capanne dei carbonai nella macchia.
E intorno quei legni sfiniti sono ovunque con le loro masse contorte, ad esibire la loro estetica involontaria ma potente. Diventano allora fossili di altre vite, vedi mo la pelle del legno consumata dal tempo, lo scheletro della balena, riconosciamo volti dalle espressioni grottesche, mostri fantastici, animali mari
Soprattutto se li guardiamo dal basso, come facciamo stendendosi sulla sabbia, o come fanno i bambini.

Carlo Bonazza

Carlo Bonazza, fotografo, editore, docente di fotografia, lavora dal 1979 a Grosseto e utilizza la fotografia come strumento di osservazione sulla contemporaneità.
Da sempre interessato al rapporto con lo spazio e i suoi simboli, ha lavorato a progetti di indagine fotografica e pubblicato libri di immagini sui luoghi, il paesaggio e le sue trasformazioni. Cataloga, studia e restaura fondi fotografici storici riguardanti la Maremma Toscana e cura una collana di monografie al riguardo. Ha svolto un’intensa attività didattica sulla fotografia: dalla scuola media inferiore al Polo Universitario, dal laboratorio in carcere, al corso per immigrati richiedenti asilo. Ha collaborato a lungo con l’Archivio delle Tradizioni Popolari della Maremma ed è socio fondatore dell’Associazione Fotografia e Territorio.

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